• storia

    Se siete a Torino o avete intenzione di raggiungerla in treno, avete tempo fino al 17 settembre per visitare la mostra Dai 60s ai ‘60s. Un secolo dopo l’Unità d’Italia, la Pop Art, ospitata all’interno del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino. Curato dal critico d’arte Luca Beatrice e dal direttore del Museo Ferruccio Martinotti, l’esposizione è un mix di immagini e suggestioni dell’Italia dell’unificazione e di quella del boom economico. Attraverso 42 testimonianze artistiche delle due epoche mescolate tra di loro,  un percorso inconsueto per confrontare due periodi apparentemente lontani, dove sarà un attento visitatore a scorgere somiglianze e affinità.

    Il Museo del Risorgimento, un pezzo della storia d’Italia

     

    Ma non c’è solo la mostra: tutto il piano nobile di Palazzo Carignano ospita dal 1938 il più antico e noto tra i musei di storia patria. All’interno delle sue numerose stanze e negli oltre 300 anni di vita, l’edificio racchiude una storia articolata e appassionata: costruito nel tardo ‘600 dal maestro del barocco italiano Guarino Guarini, ha visto tra le sue mura la nascita del primo Re d’Italia, le sedute del primo Parlamento Italiano, le battaglie diplomatiche di Cavour e la perdita di Torino del ruolo di capitale.

    Quello del Risorgimento è un esempio di narrazione non solo piemontese e italiana, ma anche europea, dalle grandi rivoluzioni del Settecento alle soglie della Prima guerra mondiale. Il percorso museale comprende le due aule parlamentari originali: la Camera dei deputati del parlamento subalpino, l’unica in Europa tra quelle nate dalle costituzioni del 1848 ad essere sopravvissuta integra, e la maestosa aula destinata alla Camera dei deputati del parlamento del Regno d’Italia, con le volte dipinte da Francesco Gonin, costruita tra il 1864 e il 1871.

    Risorgimento e ferrovia

     

    Il periodo risorgimentale si lega strettamente al mondo ferroviario: durante la seconda Guerra di Indipendenza, il treno diventò un mezzo fondamentale per lo spostamento rapido delle truppe sul terreno di guerra. Inoltre, per creare una nazione unica e unita era necessario abolire i dazi e le frontiere, rendere il commercio libero, far circolare idee e innovazioni,  e le strade ferrate potevano realizzare concretamente questi propositi, unendo il territorio della Penisola dalle Alpi alla Puglia, fino alla Sicilia. All’inizio le ferrovie erano pensate per i servizi interni di ciascun Stato e non esisteva una rete nazionale, sebbene il Piemonte di Cavour avesse realizzato una notevole rete ferroviaria, che misuravano circa 850 km. A seguire, il Lombardo-Veneto con 607 km, il Granducato di Toscana con 323 km, lo Stato Pontificio con 132 km, il Regno delle Due Sicilie con 128 km, il Ducato di Parma con 99 km e il Ducato di Modena con 50 km. Dopo l’unificazione, i governi destinarono allo sviluppo delle ferrovie importanti investimenti: già nel 1871 si contavano 6.600 km di rete e nello stesso anno venne inaugurata la galleria del Fréjus di 13,6 km, la più lunga del mondo, che inseriva l’Italia sulla rotta della Valigia delle Indie. Pochi anni dopo fu approvata la legge sulle ferrovie complementari, cioè quelle linee secondarie che permisero la ramificazione delle rete.

    di Carmen Pidalà

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